Tu mi piaci, io ti piaccio, forse mi ami, forse ti amo. Si, ci amiamo. Vado a comprarti un anello così ci fidanziamo. Ci sentiamo meravigliosamente innamorati. Passano un paio d’anni e ti porto un altro anello, più costoso e ci sposiamo. Facciamo subito un figlio, bello, intelligente e, perché no, già ricco.
Il figlio ci riempie di soddisfazioni: è il primo della classe, suona due strumenti e vince sempre un sacco di medaglie nello sport. A che serve un figlio se non a questo? Ne siamo proprio orgogliosi, mica ce ne vergogniamo. Allora meglio due, così facciamo scopa, oltre che a scopare.
Questa volta è una femmina, perché la coppia mista ci vuole, è più completa. Formiamo un’ incantevole famiglia felice. Anche lei è bella, intelligente, un po’ meno ricca, perché una parte se l’è già presa il fratello. Il maschio ci costa un po’ di più, ma io lavoro sodo per non far mancare nulla a nessuno. Anche lei da tante soddisfazioni, altrimenti che gusto c’è.
Compriamo anche un cane, quello della pubblicità che insegue i rotoli di carta igienica, è simpatico, è bello e poi ce l’hanno tutti.
I figli crescono, si sposano, fanno figli a loro volta e noi diventiamo nonni, oltre che vecchi. Ci divertiamo ad andare ai giardinetti con loro, da soli è un po’ noioso. Giochiamo ai bravi nonni e così abbiamo un tornaconto: non veniamo sbattuti all’ospizio.
C’è tanta considerazione così e a noi ci piace. Poi uno dei due muore, forse io, forse tu, magari assieme. Se muori prima tu, io non mi consolo e deperisco ogni giorno di più, fino a raggiungerti in breve nella fossa.
Se muoio prima io, tu deperisci lentamente fino a raggiungermi nella tomba di famiglia. Chi prima, chi dopo che importa, finiamo insieme comunque. Se però ci spegniamo all’unisono è meglio, nessuno dei due deperisce o soffre.
Veniamo seppelliti insieme, meglio cremati. Lasciamo tutti i risparmi di una vita, anzi due, ai figli. Si spendono tutto fino all’ultimo centesimo e poi ricominciano da capo, loro.
Noi non abbiamo più problemi, abbiamo tutta l’eternità davanti… se esiste, altrimenti finisce tutto così e buonanotte.
Chiariamo subito una cosa.
Richard Lange e i Mogwai non centrano un cazzo l’un con l’altro.
E’ una casualità.
Una stupida concidenza.
Lange è uno scrittore americano, classe 61.
Il suo Come morti è una raccolta di racconti brevi, fulminanti, uscita per Einaudi stile libero.
La copertina e le note della Sebold mi hanno incuriosito e ho donato i miei 16 euro alla graziosa e gentile, non che sorella minore di un mio amico, commessa della mia libreria amica.
I suoi “io” non hanno quasi mai un nome, quasi mai un età, sono lasciati liberi di rovinarsi e rovinare la vita, o quello che è rimasto, degli altri.
Sono maschi che vivono arrampicati sul valico che divide il successo dalla rovina.
Luoghi ai margini, da cui si vede la scintillante scritta di Hollywood ma non si tocca mai con mano.
Bar ricettacoli di reietti e storie di ordinario disordine.
Storie spezzate e riattaccate con mezzi di fortuna, piccole crepe a cui basterebbe un pelo di stucco che tarda ad arrivare.
Piccoli lieti fine non definitivi, sottili come un foglio di carta che si può piegar al vento da un momento all’altro.
Sensazioni vere, con del sangue, non quello splatter di horror da quattro soldi ma quello pompato dai nostri cuori.
Pompare, visto anche il volume e il grado di saturazione dei loro distorsori è un verbo che ben si avvicina al gruppo scozzese Mogwai.
Era un po’ che non mi ci ri-infilavo dentro.
E’ bastato un cd masterizzato di un paio di anni fa, una raccolta di registrazioni alla bbc.
Un cd con una piccola storia.
Una persona, quello che a modo mio avrei definito un amico.
MI porta il cd, mi fa un piccolo ma gradito regalo.
Passa il tempo, cambiamo lavoro e zone.
Lo rincontro in una serata in cui il conto al ristorante si era impennato a causa di qualche bottiglia di troppo.
E’ seduto davanti a dei capelli biondi che immagino femminili.
Parlano, sembra concentrato.
Decido di rompere leggermente i coglioni e comincio un tiro mirato di piccole patatine.
Ci mette un po’ a capire da dove arriva il tiro, ma nel mentre rimane da solo senza nessuno con cui conversare.
Mi aspetto un sorriso complice e un saluto da una persona che non vedo da mesi.
Mi arriva una minaccia.
“Ma che cazzo fai?”
“Che cazzo ti tiri?”
“Cosa cazzo ne sai di quella li?”
“Hai visto l’hai fatta scappare con le tue stronzate”
Rimango sorpreso per il tono, per la sensazione che ancora una parola sbagliata e saremmo passati alle mani.
Me ne faccio una ragione, chiedo scusa giusto per allontanarmi e lasciarlo da solo al suo astio figlio chissà di cosa.
Comunque sia non ci penso più nel momento che grazie al mio fidato itunes preparo una bella compilation da 80 minuti di Mogwai da spararmi a volume adeguato mentre leggo Lange
Per i feticisti la prima canzone è la datata new path to helicon fatta live negli studi più famosi di tutto il regno unito.
Leggo un paio di racconti belli, decisi, concisi.
Poi passo oltre e ci casco dentro, del tutto.
Il racconto si chiama Ogni bellezza è lontana.
Dalla prima pagina capisco che la cosa si fa seria.
Volo le pagine.
Il protagonista è un vero perdente, non una macchietta.
Non un personaggio alla ricerca di una sua personale riuscita.
Semplicemente qualcosa di così sbagliato da essere tremendamente perfetto e reale.
Si mette con una minorenne, Lana.
Si innamora o pensa di farlo.
Sparita lei si accanisce coi suoi genitori.
Tormentandoli.
Si guadagna denunce e giretti in centrale.
Si costruisce un paranoico castello di carte, in cui alcuni vietnamiti sono assoldati da Lana a dai suoi per ucciderlo.
Vedi musi giualli ovunque e sente crescere l’inevitabile resa dei conti sotto il sole della california sbagliata, quella sua e dei suoi compari di lavoro.
Uno spaccio aperto 24 ore su 24 tra giornali caramelle.
Caramelle dolci, di quelle che ti staccano tranquillamente col passare del tempo porzioni di palato, gengiva per gengiva.
Dolci come questa Dial: revenge.
Uno dei pochi pezzi dei nostri amici di Glasgow in cui non esplode niente, in cui per una volta sono la voce e una chitarra acustica a farla da padrone.
Mentre mi congratulo con me stesso per la stesura della scaletta Lange fa tramite il suo protagonista un perfetto fermo immagine della situazione.
Non mi diceva mai che mi amava, ma non lo diceva a nessuno.
Il nostro rapporto stava diventando qualcosa di speciale.
Potevo baciarla con la lingua e toccarle le tette, e una volta me lo ha strofinato da sopra i pantaloni della tuta.
Era più giovane di me.
Una cosa al limite della legalità.
Otto anni di differenza non sono così tanti, ma se sapeste.
Non mi pare di aver mai raggiunto le sue vette di stupidità.
Si ubriacava e mi vomitava in macchina con tutto che l’avevo avvertita.
Scriveva alle rockstar e andava in depressione perché non rispondevano alle sue lettere.
I genitori stravedevano per me.
A ripensarci, mi sa che erano contenti di sbolognarla a qualcuno.
Siamo stati insieme tre mesi e ventidue giorni.
In queste righe c’è tutto, va a dire il niente.
Una piccola prefazione di un finale pirotecnico.
Essenziale e perfetto nella sua ovvietà.
Il nostro eroe ormai posseduto dalla sua paranoia che organizza un regolamento di conti in piena regola.
Da appuntamento alla sua amata, ai killer vietnamiti, e ai suoi genitori.
Troverà solo e naturalmente una piccola abitazione di suburbia piena zeppa di sbirri in assetto anti sommossa.
Lui, la sua auto, ed una pistola ad aria compressa.
E mi piace immaginare che, durante il conflitto unilaterale a fuoco, risuoni da qualche casa vicina la parte più sonica e rumorosa di Christmas steps.
Quella cavalcata elettrica che sembra non finire mai, ma che svanisce di colpo avvicinandosi al corpo del nostro eroe trivellato di colpi veri, e che lo culla ancora un po’ mentre sospira la sua amata Lana.
Non riuscivo neppure a guardarlo.
Ma guardarlo era ciò che più desideravo al mondo. Attraversare il sentiero del suo corpo, fermarmi all’ombra delle sue ciglia corvine, scivolare con lo sguardo acceso lungo i contorni increspati della sue labbra, che a volte si aprivano improvvise, esplodendo in una risata, come nuvole d’estate in perenne movimento. Seguire le linee precise e definite delle sue mani, ancora sconosciute, osservarne ogni dettaglio. Sostare, con l’avidità dei miei occhi affamati, nell’incavo pulsante di vita e calore del suo collo, che solo raramente si offriva alla vista, libero dal cappio floreale di qualche buffa cravatta, e dalla stretta ostinata del primo bottone della camicia, celeste grigia rosa a righe blu e rosse…Chissà che cosa si celava sotto la carezza ruvida della stoffa. Avrei tanto voluto vedere tutto di lui. E quando dico tutto, intendo proprio tutto. Non mi bastava svelare il segreto della sua pelle, imparare a memoria la geografia dei suoi nei e delle sue piccole cicatrici, conoscere l’involucro guizzante e mutevole del suo sesso. Io volevo andare oltre. Volevo guardarlo dentro. Interiormente.
Non mi fraintendere, Gentile Lettore.
L’espressione “guardare dentro” significa, certo, nell’accezione più comune, conoscere di qualcuno, che ci si presenta dinnanzi, in tutta la cruda verità del suo essere (prima di tutto?) un Corpo, anche ciò che di impalpabile racchiude in sé, i suoi moti interiori: le emozioni, i sentimenti, i pensieri. Insomma, sapere chi è davvero.
Ecco no, io non cercavo di cogliere l’essenza di quell’uomo. Io volevo vedere minuziosamente ogni particella di materia vivida e sanguigna, che componeva lo splendido e desiderabile arabesco della sua figura. Volevo schiudere, come fosse un guscio vellutato e fragile, la sua carne d’oliva, che proteggeva il regolare scorrere -sordo e ottuso- della Vita al suo interno.
Bramavo di scrutare il fluire del suo sangue denso e vischioso nel lume delle arterie e delle vene bluastre, cunicoli tesi e circolari e avviluppati intorno agli organi e dentro, dentro di loro. Guardare il movimento ritmato che scuoteva il suo cuore, seguire il labirinto delle sue viscere molli, calarmi nei suoi polmoni ed osservare i refoli d’ossigeno trasformarli in palloncini. Volevo guardare com’era il suo cervello, il colore della sua ragione, le strade in cui correva la logica delle sue parole, il rifugio dei suoi ricordi traditi.
Desideravo farlo a brani con il bisturi preciso del mio sguardo implacabile.
Amico Lettore, cerca di comprendermi. Alcune ossessioni baluginano all’orizzonte come devastanti tornado, che spazzano via quel poco che in certe aride terre riesce ad attecchire. E in me il pensiero di lui e del suo corpo di muscoli a fasci compatti, di ossa dal biancore angelico, di umori acri che sgocciolavano, stilla dopo stilla, producendo la misteriosa musica degli abissi marini, di sapori e profumi dolciastri, di cellule invisibili che io volevo passare al vaglio d’un microscopio inesistente, quell’anelito scabroso di lui, aveva allignato come gramigna nella prateria del mio ventre, senza che io me ne rendessi conto. E quando mi accorsi che non riuscivo a guardarlo senza provare una fitta di spillo all’ombelico e poi un fremito leggero lungo le gambe, allora, fu troppo tardi per scappare. Ero presa nel vortice a spirale della più violenta delle tempeste. Non avevo via di scampo.
Accorto e Savio Lettore, tu, lo so, avrai già capito che una siffatta e insana brama di guardare, possedere completamente con l’umida conchiglia piena degli occhi, un corpo altro da sé, nella sua sincera nudità, in ogni suo caliginoso e segreto anfratto, e poi ancora più giù, più in profondità, più all’interno, altro non è che una perversione, pericolosissima, giacché inevitabilmente, ad un certo punto, quel desiderio smanioso non si soddisfa più con insipidi assaggi lattiginosi che immaginazione e fantasia cuociono lentamente, ma pretende ed esige concretezza di sangue, si affaccia alla coscienza e grida il suo bisogno di voluttà. E chiede carne viva.
Ma io ti giuro, Caro Lettore, non lo sapevo. Mai avrei pensato di ritrovarmi in quella radura devastata dal passaggio impietoso dell’ossessione per un corpo, il suo, da divorare tutto, con le mie pupille impazzite.
In principio pensavo d’essermi semplicemente invaghita di lui. -Lo desidero-, mi dicevo, -tutto qui; quando lo vedrò nudo e sentirò il suo corpo muoversi nel mio, mi dimenticherò di me stessa e dei miei grevi pensieri-, che, invece, sempre più insidiosi ed insistenti mi colavano addosso, di piombo, togliendomi il respiro.
E immaginavo come sarebbe stato sentirlo mio, spiando di sottecchi la più autentica delle espressioni, quella del godimento puro. Tutti gli innamorati vogliono guardare l’oggetto della loro passione. Non c’è nulla di strano, non è vero Saggio Lettore? Non è capitato anche a te?
Però ammetto solo adesso - tardi, purtroppo-, che di notte, nell’abbandono innocente del sonno, presero ben presto a visitarmi sogni insoliti, dai quali mi risvegliavo puntualmente madida di sudore, agitata. No, eccitata. Questa è la parola giusta, che allora non riuscivo ancora a pronunciare.
C’era il suo corpo, che si dava a me, ma io non sentivo niente. Era come se fossi evanescente. Lui era dentro di me, ma io, io non c’ero, non abitavo il mio corpo, apparentemente privo di vita. I miei occhi solamente si muovevano, rapidi. E schizzavano via, all’improvviso, rotolavano sulla sua schiena, che a contatto con essi diventava trasparente. Vedevo allora tutta la complicata architettura del suo organismo e ne rimanevo incantata, iniziando a godere di fronte allo spettacolo della sua sublime perfezione d’animale terrestre, assaporandone ogni fotogramma. Ma poi, d’un tratto, i miei occhi mi tradivano, negandomi il supremo piacere, oscurando l’immagine di quel corpo, che volevo possedere tutto e che invece mi sfuggiva alla vista, sbiadendosi e diventando tutt’uno con lo sfondo grumoso e violaceo del nulla, informe.
A questo punto il sogno diventava un incubo angosciante. I miei occhi non bastavano più a soddisfare la fame di lui. Ritornavo in me, riemergendo dal torpore in cui ero sprofondata, sentendo crescere nella pancia la furia di una rabbia incontrollabile e nelle tempie il fracasso della garrula cantilena dei miei perché. Perché non potevo vedere tutto il suo corpo? Perché non potevo possederne ogni cellula? Perché non potevo scoprirne completamente il Segreto? E ad ogni ‘perché’ seguiva un colpo violento, che sferravo con le mani nude, contro quell’uomo che desideravo da morire. Vedevo i brandelli della sua carne ovunque. Ma non coglievo più l’unicità vibrante del suo esistere, vivendo, nell’integrità estatica del suo corpo inaccessibile. E mi disperavo.
Mio Paziente Lettore, perdonami se ti tedio con queste prolisse descrizioni di macabri incubi. Ma voglio che tu conosca tutta la verità, per giudicarmi, ché non vedi l’ora di farlo, sì, confessa, tu che molto probabilmente non ti sei mai trovato in cella, dietro le sbarre asfittiche dei tuoi stessi deliri, pungolato continuamente dai tuoi pensieri insani, piegato alla schiavitù di un padrone crudele che ti tortura e da cui non puoi scappare. Perché è parte di te.
Lettore, bada bene: io non cerco la tua pietà. Vorrei che tu mi capissi un poco. Dichiarami colpevole, condannami pure, se vuoi. Ma ti prego, salvami.
Qual è il limite da non oltrepassare mai? Dov’è il confine che separa la vittima dal suo carnefice? E il burrone, il precipizio che si apre sul ciglio della strada, così ben nascosto, quasi invisibile? Qual è il punto di non ritorno, superato il quale si è perduti per sempre? Oh, certo, tu, Lettore di buon senso, sapresti rispondere a questi quesiti, vecchi come il mondo, senza alcuna esitazione. Io non ci riuscivo, invece. E infrangevo tutte le regole e i buoni propositi che mi inventavo per non cedere al richiamo di quel seducente corpo, per non cadere nella tentazione di cercarlo con gli occhi. Al tempo stesso avevo paura, non mi fidavo affatto dei miei desideri, che si ribellavano al mio controllo. Decisi di evitare quell’uomo: con tutte le mie forze io dovevo proibire a me stessa di rivederlo. Ma fu tutto inutile. Oramai quell’essere, quel corpo palpitante, era animato dalla linfa della mia ossessione, si annidava nelle mie iridi e le colorava di un intenso nero struggente, mi levava il sonno e la ragione, era al centro esatto di me, mi possedeva tutta. Era così dentro di me da confondersi in me. C’era lui, solamente lui e niente e nessun altro. Nemmeno io c’ero: l’immagine del suo corpo si nutriva di me, e quanto più diventava consistente e spessa tanto più io mi assottigliavo per lasciarle spazio, vulnerabile mi sgretolavo, consumandomi. Lentamente finii quasi col non esistere più. Mangiavo poco e male, senza assaporare nulla. Non dormivo che due o tre ore di fila per notte. Non trovavo la concentrazione necessaria a svolgere le abituali attività quotidiane. Uscivo di casa sempre più di rado. Non frequentavo nessuno. Mentivo costantemente, sulle motivazioni del mio evidente malessere; spergiuravo che si trattava solo di stanchezza.
Sull’altare di un Dio spietato, che avevo creato io stessa, ostinata seguitavo a supplicare, con le ginocchia sbucciate, nei giorni tutti uguali, sospesi ed esposti al davanzale di un’immobile attesa, pregavo che si lasciasse trovare da me, dai miei occhi, oppure che svanisse, cancellando il ricordo della sua figura e restituendomi a me stessa. Offrivo al suo corpo il sacrificio di me.
Ragionevole Lettore, non pronunciare ancora la tua sentenza: no, non ero diventata pazza. Purtroppo, ché la pazzia è un lusso, in certe situazioni. Io rimanevo lucida, consapevole, cosciente dello sfacelo a cui andavo incontro, precipitando sempre più giù in quell’abisso, sul cui margine avevo passeggiato, con la lievità infantile di chi non sa della Morte a cui è promesso.
Non ci sono scuse, né giustificazioni, né attenuanti di alcun genere quando si commette il crimine di annientare una Vita che non ci appartiene. Nemmeno se questa Vita scorre in noi stessi, protetta e inseparabile dalla scorza alchemica del nostro corpo, insensibile alle nostre reticenze, ai nostri dubbi e tormenti, occupata a perpetrarsi, proteiforme e gagliarda. Ma io non avevo altra scelta per liberarmi di quell’uomo, se non quella di violare il sacro veto di non uccidere.
Senz’altro, Scaltro Lettore, tu non saresti mai rimasto impigliato nella ragnatela di filo spinato, che l’ossessione ti tesse intorno, come un sudario funebre. E sagace come di certo sei, non ti saresti illuso che fosse in qualche modo possibile liberarsi dalla trappola immobilizzante di quel pungente ordito. Io no, sognavo la libertà, sfuggire a quel corpo che vedevo ovunque. A qualunque costo.
Quando il tempo si frantuma in pulviscoli di diafani istanti, ogni gesto assume la lentezza e la solennità della Fine. E’ come sgusciare via da sé e dal Mondo e vedersi da lontananze di stelle ultragalattiche. Così io osservavo il rigagnolo di sangue formare una piccola pozza, che si dilatava spaventosamente. Come appartenesse ad un’altra dimensione. Ad un’altra persona. Al corpo di lui, che aveva messo radici nei miei bulbi oculari, ramificandosi dentro di me. Io mi aprivo, affinché dalla feritoia dei miei polsi potessi strapparmi quel germoglio malato, che mi soffocava, come un parassita, annullandomi.
Lettore Caro, forse tu lo saprai già: morire consapevolmente è un’impresa difficile, ma non la più ardua che possa intraprendere un uomo. In effetti, accettare la condizione di condannato a(lla) Vita è assai più faticoso.
Fuori dalla finestra fioccano batuffoli di cotone idrofilo. Si depositano sui tetti, sulle automobili e sui giardini addormentati. Decorano alberi spogli. Coprono col loro candore il fango e il sudiciume stratificato delle nostre grigie strade metropolitane. Lo lavano via, trasformandosi in acqua e defluendo nelle fogne interrate.
Ma sotto lo scrigno di gelo e biancore tutto è in fermento. E’ quasi primavera. Sono a casa, finalmente. Il Dottor D. ha chiuso la mia pratica mesi fa, e la terapia volge al termine, una o due sedute ancora. Niente farmaci. Dormo che è una meraviglia. Sto bene.
Ieri che non nevicava sono uscita, indossavo il mio cappotto preferito, rosso vermiglio. E ho rivisto lui, al solito posto, dove sapevo di trovarlo. Il suo corpo m’è parso così insignificante, uguale a tanti altri. L’ho fissato a lungo. Assomigliava a qualcuno che mi sembrava di conoscere vagamente, ma di cui non ricordavo affatto il nome. Il sorriso, forse, mi era familiare.
Amico Lettore, adesso vedo bene l’ultima frontiera invalicabile, oltre la quale ci si ritrova faccia a faccia con l’Ombra del nemico, che alberga in noi.
Bisogna guardare dentro di sé. E’ qui il più esiziale degli abissi.
VerbaManent - Presidio del Libro in collaborazione con il B&B Chiesa Greca
Pensieri di gelsomino Percorsi di letture arte e vita
Sabato 26 luglio ore 21.00
Maria Corti
Storie,
La leggenda di domani (manni editori)
Presenta GiulianaCoppola
Proiezione video
Occhi negli occhi memorie di viaggio diRossella Piccinno
Giardino del Prete Piazzetta Chiesa Greca, 11 - Lecce
Giovedì 26 luglio alle ore 20.00, presso Il Giardino del Prete in P.zzetta Chiesa Greca, 11- a Lecce ultimo appuntamento della Rassegna: “Pensieri di Gelsomino. Percorsi di letture, arte e vita organizzato dall’associazione Verbamanent- Presìdio del Libro, in collaborazione con il B&B Chiesa Greca.
In questa serata vedremo il video di Rossella Piccinno: “Occhi negli occhi. Memorie di viaggio”; a seguire Giuliana Coppola presenterà due libri di Maria Corti: “Storie” e l’ultimo inedito editato sempre dalla casa Editrice Manni: “La leggenda di domani”
Il video di Rossella Piccinno: “Occhi negli occhi memorie di viaggio” del 2007, della durata 08′ 20″, ha ottenuto il “Premio miglior documentario turistico, Video Festival Città di Imperia, aprile 2008. Il soggetto del video è di Rossella Piccinno che ne ha curato sia le regia che il montaggio. Il tramonto dorato del sole tra le morbide dune del Sahara è l’incipit di “Occhi negli occhi - memorie di viaggio”, un’opera intima, viscerale, in cui l’autrice si svela offrendo allo spettatore una pagina del proprio diario e invitandolo a guardare. “Occhi negli occhi” è un richiamo alla visione, un tuffo nello sguardo dell’autrice su un altro mondo, l’Africa, e anche l’incontro straordinario con gli occhi di chi da questo mondo ci guarda.
Rossella Piccino si è laureata al DAMS di Bologna in Cinematografia Documentaria e Sperimentale con una tesi su “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene. Successivamente si è diplomata come Tecnico di Produzioni Video e ha mosso le sue prime esperienze lavorando nei cartoni animati. Nel 2005 debutta alla regia con il cortometraggio “Interno sei” e pochi mesi dopo dirige il documentario “Mauritiana: città-biblioteche nel deserto”, realizzato in collaborazione con la Croce Rossa Italiana, presentato a Venezia durante gli “Italian Doc Screenings 2006″. Attualmente vive e lavora nel Salento, dove si dedica all’ideazione e allo sviluppo di numerosi progetti audiovisivi.
Maria Corti (1915-2002) È stata considerata la signoradelle lettere italiane, sia per i suoi fondamentali studi di teoria e di storia letteraria, sia per la sua produzione narrativa, sia infine per la sua attività di critica militante.
“Storie” di Maria Corti - Protagonista di queste storie è “il tempo, il suo aggrinzarsi in situazioni concrete, il suo vanire nel mito (non manca il tema della modernità, distruttrice di miti), il suo dissolversi nella ciclicità e nella saggezza che l’accoglie e la riflette. C’è, in alcuni di questi racconti, un che di epico”. (Romano Luperini)
“La leggenda di domani” diMaria Corti - Fra Otranto e Santa Maria di Leuca, Paola, sedicenne orfana milanese, fugge dal convento e chiede ospitalità al pescatore mastro Oronzo; nella sua casa, Paola cresce figlia tra i figli. Arriverà un ingegnere torinese a portarla via, per sposarla, da quella che oramai è la sua terra. Scrive Cesare Segre nella premessa: La polarità Milano-Salento, in cui la protagonista di questo racconto si muove, è una costante della vita e dell’invenzione letteraria della Corti. L’avvio è bellissimo. Sembra che l’autrice si sia innamorata del Salento e abbia cercato di ricrearlo usando le sue parole. La leggenda di domani, oltre ad essere complessivamente un bel pezzo letterario, ci porta nel pieno dell’attività narrativa della Corti, e forse ce ne scopre qualche criterio.Così la Corti continua ad essere maestra anche con questo racconto chiuso in un cassetto.
So ancora guardare in alto
e perdermi nel cielo
Mentre vibro assieme ad un torrente
…e penso all’acciaio che ci stringe.
Questi anni stan correndo via
Come macchine impazzite li senti arrivare
Ti volti e son già lontani
Ti chiedi cosa è successo
La rabbia di quei giorni brucia ancora dentro
Ma forse tanto veleno
Poi è tornato dentro di noi
Gli altri stanno ancora ridendo…
E noi qui a guardarci dentro
No son sempre io
Non mi cambierete quel che ho dentro
Forse un’altra faccia
Ho più cicatrici di prima
Sorrido un po’ meno
Forse penso di più
Non mi chiedere se ho vinto o se ho perso.
Kina, Questi anni
da Se ho vinto se ho perso, 1989
Daniela Gerundo su
“La solitudine dei numeri primi”
di Paolo Giordano
Suscita antipatia da subito l’ingombrante figura del padre di Alice, la protagonista del racconto; l’uomo cerca nella figlia il riscatto delle proprie frustrazioni, sottoponendola, ancora bambina, ad un estenuante allenamento sciistico tanto intenso quanto sgradito alla piccola che rimane vittima di un incidente di cui porterà i segni a vita.
L’oppressivo genitore mi ha fatto tornare in mente un episodio visto recentemente in televisione, di un padre, allenatore della propria figlia nuotatrice, che ha tentato di malmenarla al termine di una deludente prestazione sportiva. Il tutto davanti a migliaia di attoniti spettatori che seguivano i campionati di nuoto sul posto e in televisione.
Proseguendo nella lettura conosciamo l’altro protagonista, Mattia, vittima dell’incapacità dei genitori di coalizzarsi nell’affrontare i problemi quando piombano con tutta la loro forza devastante sulla normale quotidianità di una vita tranquillamente preordinata.
Dimentichi dell’esigenza di consentire, comunque, al bambino una sana crescita, i genitori di Mattia lo caricano di responsabilità sovradimensionate alla maturità della sua fase evolutiva, tanto da farlo rimanere schiacciato sotto il peso delle conseguenze di un errore di valutazione tipico della sua età.
La singolarità di queste esperienze pregresse renderà i due protagonisti simili ai numeri primi gemelli, finendo per creare problemi anche ai numeri naturali che hanno la malaugurata sorte di trovarsi inseriti tra di essi, rimanendo vittime delle loro inconsce, sottili perversioni.
Nell’evoluzione delle rispettive esistenze i due protagonisti devono relazionarsi, loro malgrado, con altri personaggi ben caratterizzati : Denis, l’amico omosessuale; Viola, bella e impossibile; la falange compatta e spietata delle quattro compagne; Soledad, la governante complice; i genitori, ansiogeni e ansiosi; e poi ancora Nadia, innamorata di Mattia, e Fabio che sposerà Alice .
Il bagaglio di problemi che tutti loro portano in dotazione è tipico del mondo
attuale: anoressia, bulimia, omosessualità, bullismo, solitudine. Problemi che affondano le radici nel fertile humus delle conflittualità famigliari irrisolte, dei lutti non elaborati, delle aspettative disattese.
L’incapacità di imprimere una svolta positiva al loro percorso di vita deriva dall’anaffettività di Mattia e dall’insicurezza di Alice, e dal loro imprevedibile agire, governato dai fantasmi del traumatico vissuto degli anni giovanili.
Sorprendente il finale che sembra suggerito dalla maturità esperenziale di una persona adulta e non da un giovane scrittore; costituisce il giusto approdo dei protagonisti ad una indipendenza fisica ed emotiva a cui dovrebbero tendere tutti gli esseri umani, ma che si conquista solo dopo aver percorso gli itinerari delle assurdità e delle contraddizioni di questo mondo.
Le ultime quattro parole a chiusura del racconto dissipano quel sottile velo di tristezza che ha avvolto la storia, svelando una Alice ormai affrancata dal dolore, che si appresta ad affrontare la vita con un approccio ottimista e con una piena consapevolezza di sé.
Narrato con scrittura secca, priva di sbavature, il racconto sembra risentire della formazione scientifica del giovane scrittore, laureato in fisica, che spesso coglie spunti per evidenziare il suo bagaglio culturale. Lo fa nel titolare i capitoli (Principio di Archimede, Messa a fuoco…), nel riportare le osservazioni di Mattia sempre attente al dettaglio fisico-matematico: tensione superficiale del liquido, direzione degli assi cartesiani, complicate sequenze numeriche. Viene analizzata con freddezza anche una magica aurora sul Mare del Nord, studiata nelle componenti date dalle spinte centrifughe e centripete, dalle forze sbilanciate, dalla meccanica.
Coerente e consequenziale, il racconto viaggia sui binari della razionalità senza deragliare nel becero sentimentalismo.
Tecnicamente ineccepibile nella costruzione della storia e dei personaggi che vengono sezionati con il distacco emotivo di un anatomopatologo la narrazione risente, comunque, dell’assenza di quel pathos che coinvolge il lettore impegnandolo emotivamente.
Decisamente apprezzabile che l’autore abbia ignorato l’inflazionata consuetudine giovanilistica di far ricorso a testi o titoli di canzoni per esprimere sensazioni o sentimenti. Si nota, però, qualche ” Uaooo…” di troppo; giusto per ricordarci che a scrivere è un giovane di 26 anni, laureato in fisica, con dottorato di ricerca, al suo primo romanzo.
Venerdì 18 Luglio - Ore 20.00 IL GIARDINO DEL PRETE,Piazzetta Chiesa Greca , 11
Lecce
LIBRERIA PALMIERI
Presenta
MAURIZIO DE GIOVANNI
autore per Fandango Editore di
“IL SENSO DEL DOLORE, l’inverno del commissario Ricciardi” & “LA CONDANNA DEL SANGUE, la primavera del commissario Ricciardi”
introducono AVV. FABIO CHIARELLI ANNA PALMIERI
Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005, con il racconto ‘I vivi e i morti’, protagonista il commissario Ricciardi, vince il premio nazionale Tiro Rapido per giallisti esordienti. Il senso del dolore è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2006 con il titolo Le lacrime del pagliaccio, ora rivisto e aggiornato per Fandango Libri, di prossima pubblicazione in Francia e in Germania, dà inizio alle stagioni del commissario Ricciardi. Dopo La condanna del sangue sono previsti altri due titoli.
In una intervista con Renzo Montagnoli De Giovanni dice: “Ho cominciato a scrivere molto tardi, tre anni fa alla non tenera età di 47; ho sempre avuto un immenso rispetto per la scrittura, da lettore bulimico e onnivoro quale sono, e quindi pensavo di non essere all’altezza di creare mondi, sogni o emozioni per gli altri. Detto tra noi, la penso ancora così.Avendo un pomeriggio libero, in quella fase calante di carriera e attenzione familiare che i miei coetanei conoscono così bene, pensai di frequentare un laboratorio di lettura di testi umoristici (quanto di più lontano da Ricciardi si possa immaginare). I miei mentori mi iscrissero al concorso “Tiro rapido” della Porsche, una sorta di tortura che implicava la chiusura degli aspiranti esordienti in un caffè storico (a Napoli il Gambrinus, splendido locale liberty del centro) per 911 minuti, che sono 15 ore e 11 minuti, non la stessa cosa, detta così. I partecipanti, bravi e consapevoli, scrivevano a tutta birra per qualificarsi alla finale di Firenze, al Giubbe Rosse. Disperato per la mancanza di idee e per l’incombente brutta figura che avrei fatto alla mia veneranda età, guardai fuori la vetrata che dà sulla piazza e vidi transitare una bambina, con una bambola in braccio. L’espressione seria della bimba, l’ambiente d’epoca in cui mi trovavo, la voglia di andarmene a casa: tutti ottimi ingredienti per il primo racconto di Ricciardi.Vinsi la gara, e a Firenze la giuria (Lucarelli, Evangelisti, Carofiglio e il presidente Protti, direttore dell’Europeo) mi chiese un altro racconto con lo stesso protagonista. Vinsi anche là. Il racconto vincitore fu pubblicato sul giornale e attirò l’attenzione prima di un’agente letteraria e poi, in seguito a altre strane vie che una di queste volte se soffri d’insonnia ti racconterò, della Fandango di Domenico Procacci e di Rosaria Carpinelli, un vero genio. Ce l’avevo, un romanzo con quel protagonista? Certo, che ce l’avevo. Tu che avresti risposto? Presi le ferie, ed ecco il romanzo. Quindi, caro Renzo, mi capisci se ti dico che in realtà Ricciardi è nato dalla disperazione e per puro caso….Scrivere Ricciardi è un’emozione strana, almeno per me che come ti dicevo non ho altri romanzi nel cassetto. In effetti è come se lo caricassi a molla, come un giocattolo, e poi lo mettessi in un plastico che è il suo tempo, almeno come lo vedo io. Sono creativo solo nel caricarlo: ma tutti i movimenti che fa, le sensazioni che prova, le poche emozioni che manifesta, sono tutti suoi. Non ha di me nulla, Ricciardi. Anzi, io non ho nulla di lui. Il suo modo di guardare è indiretto, filtrato: è uno spettatore perenne di un dolore infinito, fisico, urlato nelle orecchie senza pause. E’ il portatore di una sofferenza frammentata e infinita, unica e comune. Non vuole perseguire la giustizia degli uomini, che è lontana da quella vera, ma solo dare pace a chi è stato strappato dalla vita. Se dovessi fare mia qualcosa di lui, direi la capacità di amare in silenzio, senza piangere e senza ridere. E di amare così tanto da desiderare il bene di chi si ama, e se il bene di chi si ama è la propria assenza la si deve regalare come un fiore estremo.”
“L’Isola in collina - tributo a Luigi Tenco”
17a edizione
Ricaldone (AL)
17 - 18 - 19 luglio 2008
AL VIA L’ISOLA IN COLLINA 2008
Si apre giovedì prossimo, 17 luglio, la 17a edizione dell’”Isola in collina - Tributo a Luigi Tenco”, la rassegna di Ricaldone (AL), il paese del Monferrato dove Luigi Tenco è cresciuto e dove è sepolto. “L’Isola in collina”, realizzata dall’Associazione Culturale Luigi Tenco con il Comune e la Cantina Sociale di Ricaldone, si avvale del contributo di Regione Piemonte, Provincia di Alessandria e Fondazione CRT. La consulenza artistica è del giornalista Enrico Deregibus, che condurrà anche i vari appuntamenti.
A dare il via alla rassegna, che proseguirà sino a sabato 19, sarà una produzione del Festival dedicata alle vie del sale e che vedrà protagonista Max Manfredi, uno dei più considerati musicisti e autori italiani. La serata di venerdì 18 sarà invece incentrata sul rock italiano, con un nome di punta come gli Afterhours e, in apertura, Deimos e Rosa tatuata. Il 19 sarà la volta degli Avion Travel, preceduti dal giovane Ettore Giuradei e da L’Aura, mentre nel pomeriggio si terrà un incontro dedicato a Luigi Tenco e Paolo Conte con contributi musicali e video. Durante i tre giorni si potrà inoltre visitare il “Centro Luigi Tenco”, il primo museo - centro documentale italiano dedicato ad un artista della canzone.
L”Isola in collina” è uno dei massimi festival italiani di canzone d’autore. Negli anni sono saliti sul palco di Ricaldone artisti come Francesco De Gregori, Vinicio Capossela, Ivano Fossati, Gino Paoli, Gianna Nannini, Edoardo Bennato, Carmen Consoli, Enzo Jannacci, Enrico Ruggeri, Daniele Silvestri, PFM, Samuele Bersani, Tiromancino.
IL PROGRAMMA
17 LUGLIO
ore 18, Centro documentale Luigi Tenco - sala convegni
Inaugurazione mostra “Facce d’autore” di Rosa Di Brigida
Ingresso gratuito
ore 21, Piazzale della Cantina sociale
Max Manfredi in “Le vie del sale”
Una produzione dell’Associazione Luigi Tenco di Ricaldone. Spettacolo-concerto con canzoni di Max Manfredi e di Paolo Conte, Fabrizio De André, Luigi Tenco e con testi di Giampiero Orselli. Con la partecipazione di Antonio Marangolo e di Gianni Ansaldi, Claudio Roncone, la Staffa
Ingresso 5 euro
18 LUGLIO
ore 21, Piazzale della Cantina sociale
Deimos
Rosa tatuata
Afterhours
Ingresso 15 euro
19 LUGLIO
ore 18, Centro documentale Luigi Tenco - sala convegni
- Presentazione della FIOFA (Federazione italiana organizzatori festival d’autore). Con Enrica Corsi, Gaetano D’Aponte, Mauro Gagino, Anna Graziani, Francesco Paracchini.
- “Tenconte. Luigi Tenco e Paolo Conte, due piemontesi nella canzone d’autore”. Con Avion Travel, Enrico de Angelis, Rosa Di Brigida, Gioachino Lanotte. Presentazioni di “Danson metropoli - Canzoni di Paolo Conte”, cd degli Avion Travel e di “Il mio posto nel mondo. Luigi Tenco, cantautore. Ricordi, appunti, frammenti”, volume del Club Tenco a cura di Enrico de Angelis, Enrico Deregibus, Sergio Secondiano Sacchi (BUR). Proiezione del video-arte di Rosa Di Brigida: “La risata di Tenco”
Tiziana Curti
Il miracolo dell’espressione poetica
intervista con Dalmazio Masini (il poeta, l’attore, l’autore di canzoni)
Il canto di questo poeta si alza limpido e puro sul panorama poetico moderno privo di vere novità, quest’uomo che ha fatto dell’esprimersi in versi e rime una ragione di vita, è una delle voci più nobili della Cultura Italiana. E’ nato a Firenze dove vive e opera. Tutte le sue poesie sono raccolte nel volume SETTIGNANO E DINTORNI stampato nel 1983 a cura dell’AccademiaVittorio Alfieri (la terza ristampa ampliata è del 2003) - Dal 1989 è presidente dell’Associazione Accademia Alfieri per la quale nel Gennaio dello stesso anno fondò e ancora dirige il periodico L’ALFIERE/Dolce StileEterno. Debuttò giovanissimo, come autore, nel mondo della canzone e a tutt’oggi sono quasi 500 i suoi brani editi tra i quali il più noto I GIORNI DELL’ARCOBALENO, nell’interpretazione di Nicola Di Bari nel 1972 vinse il Festival di Sanremo (altri premi prestigiosi; il Gatto d’argento di Sorrisi e Canzoni nel 1971 e il San Valentino d’oro nel 1999) - Nel 1983, a Firenze, fu tra i fondatori del gruppo teatrale I GIOVANI ATTEMPATI per il quale nei 15 anni di vita della compagnia fu attore e autore delle 5 commedie musicali messe in scena. Poi nel 1997 fu chiamato a far parte del prestigioso Gruppo Teatrale “Societas Raffaello Sanzio” come protagonista del loro GIULIOCESARE, opera di successo che fu portata nei maggiori teatri europei ed ebbe anche due tourne’ in America e due in Australia/Nuova Zelanda e rimase in scena sino alla primavera del 2003. Attualmente è tornato a vivere a tempo pieno la sua prima passione, la POESIA ed è fondatore del movimento IL DOLCE STILE ETERNO per una nuova poesia degli anni 2000 che recuperi tutte le più belle forme della poesia italiana di tutti i tempi. Autore di molti sonetti a lui si deve l’invenzione della forma RONDO’ ITALIANO (le quartine incatenate ). Sempre alla ricerca di innovazioni stilistiche ricordiamo anche il suo “sonetto speculare”.
Un uomo fuori del comune anche perché alla fine degli anni ‘90 un tumore alla laringe lo costringe ad un’operazione che lo priva per sempre delle corde vocali, ma la sua tenacia, il suo temperamento che non si arrende mai nemmeno difronte a questa beffa atroce del destino, lo aiutano a superare questo handicap e a ricostruirsi una “voce” particolare dal caratteristico timbro con la quale come detto nel curriculum reciterà con la compagnia “Societas Raffaello Sanzio” l’impegnativo ruolo di Antonio nel cast del “Giulio Cesare”.
Un poeta puro che non si è piegato ai facili clientelismi ,che non ha accettato facili alleanze per emergere, dalle idee chiare e impegnative . Nel corso di un recente incontro gli ho rivolto alcune domande per meglio conoscerlo incuriosita da questa sua vita particolare e lui gentilmente come sempre ha accettato di rispondermi:
Quando comincia il tuo amore per la letteratura?
Non saprei dire. Già a 4 anni imparavo a memoria le filastrocche dei libretti che mia madre mi leggeva. In seguito fui accanito lettore di giornalini e riviste per adolescenti. Partecipavo a concorsi e pubblicai qualche testo già all’epoca delle Scuole Medie.
Sei stato a contatto anche con il mondo della musica ce ne vuoi parlare? Hai anche fatto esperienze teatrali?
Nel 1959, quando avevo 20 anni vinsi un concorso indetto da un settimanale della Mondadori e uscì la mia prima canzone, “Uscita da un quadro di Modigliani”, che ebbe 3 o 4 versioni discografiche tra le quali quella di Achille Togliani che fu presente in parecchi programmi radiofonici e televisivi. Quell’anno mi iscrissi anche alla SIAE: pertanto considero proprio il 1959 l’inizio della mia carriera professionale come autore di canzoni che mi ha visto attivo sino a 5 o 6 anni fa. In questi più di 40 anni di attività ho pubblicato circa 450 canzoni tra le quali la più famosa, “I Giorni dell’Arcobaleno”, cantata da Nicola Di Bari, vinse il Festival di Sanremo del 1972.
Sono stato impegnato in operazioni teatrali a vario livello. Nel 1983 fui uno dei fondatori del Gruppo Teatrale “I Giovani Attempati”, compagnia amatoriale fiorentina che ebbe un certo successo e nella quale ebbi il doppio ruolo di interprete e autore di tutte le 5 commedie musicali messe in scena fino al 1996, anno in cui il gruppo si sciolse. Poi dal 1997 al 2003 fui chiamato a far parte del prestigioso cast del “Giulio Cesare” messo in scena dalla “Societas Raffaello Sanzio” e con questo, nel ruolo di “Antonio” per la regia di Romeo Castellucci, ho calcato i palcoscenici dei più importanti teatri di mezzo mondo.
Quando e perché è nata l´esperienza della rivista l’Alfiere? Che cos´è cambiato dal 1985 a oggi nella rivista? Quali sono le novità introdotte i cambiamenti in corso d´opera?
Nel 1983 fui invitato a partecipare, come socio fondatore, alla costituzione dell’Associazione “Accademia Vittorio Alfieri”, della quale nel 1989 fui chiamato alla presidenza, e fu allora che fondai il periodico L’Alfiere, allora di 8 pagine e oggi, con l’inserimento dell’inserto “Il Dolce Stile Eterno” pervenuto alle 16 pagine..
Come giudichi questi VENTICINQUE anni di attività?
Anche se l’Associazione fu fondata nel 1983, e quindi anagraficamente ha 25 anni di vita, in realtà la sua crescita è iniziata dopo il 1988. E’ sicuramente difficile pilotare oggi un’associazione di poeti quando si ha il coraggio di rifiutare la “cattiva poesia” che imperversa in ogni luogo. Per questo il nostro gruppo è composto da circa 190 e non da 500 persone.
Organizzate anche dei laboratori di scrittura ed avete tante attività anche in altre città oltre a Firenze, ce ne vuoi parlare?
Abbiamo una sede operativa molto attiva a Genova e due punti di incontro fissi al di fuori della sede fiorentina: Rimini, ove organizziamo da più di 10 anni un raduno nazionale di una settimana a fine Luglio e Abbadia San Salvatore, in provincia di Siena, dove animiamo ogni anno due incontri nazionali rispettivamente di 3 - 4 giorni a inizio Giugno e di 2 giorni a metà Ottobre. Questo nell’intento di offrire ai soci più vaste e differenziate platee.
Che cos´è il convegno di poesia per la riviera adriatica e quando si svolge?
Da oltre 10 anni è consuetudine della nostra Associazione organizzare, nell’ultima settimana di Luglio, un incontro nazionale dei soci all’Hotel Ivano di Rimini-Rivabella nel corso del quale si unisce l’utile di una serie di scambi di opinioni artistiche al dilettevole di ore di relax su una delle più belle spiagge adriatiche. Poi a metà vacanza, nel pomeriggio del mercoledì, in collaborazione con l’Università per la Terza Età e col patrocinio dell’Unione Albergatori di Rimini abbiamo a disposizione il Salone del Museo Civico per organizzare un Recital con le nostre poesie.
Cosa offrite agli scrittori esordienti?
Ai poeti esordienti noi intendiamo offrire diversificati punti in cui esibirsi, la possibilità di pubblicare sul nostro giornale, ma più che altro la possibilità di frequentare gratuitamente i nostri Laboratori di Poesia, fissi e itineranti. Attualmente il Laboratorio a cadenza più regolare è quello che teniamo ogni giovedì pomeriggio a Firenze, presso Il Centro Socio-culturale Il Fuligno, Via Faenza, 52 che Mario Macioce dirige da oltre 10 anni con indubbia capacità. Da 3 anni abbiamo iniziato una attività laboratoristica anche a Genova, con incontri mensili presso la Stanza Della Poesia di Palazzo Ducale, a cura di Elena Zucchini.
Esiste una casa editrice accanto alla rivista?
No, non siamo editori. Pubblichiamo solo il trimestrale L’Alfiere/Dolce Stile Eterno e una antologia annua di una sessantina di pagine con le nuove poesie dei soci.
Che cosa pensi della situazione del mercato letterario italiano?
Il mondo letterario italiano mi sembra generalmente ancora sano e molta gente continua a leggere volentieri romanzi e saggi di ogni genere. L’eccezione è il mercato della Poesia dove le troppe persone che si autodefiniscono poeti e che stampano, a loro spese, anche più di un libro all’anno di pessima qualità, hanno creato una terribile confusione nei possibili lettori che non sapendo come districarsi preferiscono ignorare questo genere letterario. Credo comunque che l’origine di questa anomalia sia più a monte e da ricercarsi nella “cattiva lezione del novecento” che troppo spesso ha teso a confondere i due generi (intendo Poesie e Prosa) disorientando i lettori più volenterosi e nel contempo facendo credere a tutti coloro che possiedono un quaderno, una penna e il denaro per pagarsi la stampa di 200 libretti in tipografia di potersi definire poeti solo spezzettando le righe di banalissimi pensieri.
L’incontro con Dalmazio Masini è concluso però ci ha lasciato oltre alla sensazione di grande forza d’animo e di solarità, per ricordo di questo piacevole incontro una sua poesia che dedico a tutti voi come messaggio di speranza e di forza.
IL PREZZO
Volevo l’onda calma e la tempesta
Il vino e l’acqua, il cielo e l’arenile,
gli alberi, enormi re della foresta
e le tenere erbette dell’aprile.
In cambio avrei donato solo file
di versi da cantare ogni momento,
certo d’essere il capro dell’ovile,
quello che solo vale più di cento.
E più che avevo e meno ero contento
negli anni accesi dell’età più forte,
quando ambizioso come un monumento
sognai perfin di vincere la morte
Ora che ho spalancato le mie porte
a una realtà che mai volli vedere
neppure un’ombra siede alla mia corte,
e nessun verso nasce al mio cantiere
Niente sono riuscito a trattenere
sprecando ad una ad una ogni occasione
per declinare sempre il verbo avere
e recitar la parte del leone.
Oggi mi basterebbe l’emozione
di un fresco bacio a risvegliarmi in festa
e in cambio di quest’ultima illusione
darei tutta la vita che mi resta.
A breve l’emittente online radioblablanetwork.net trasmetterà uno spazio dedicato al poeta DALMAZIO MASINI nella fascia oraria 8.30-14.00/18.00 sulla stessa emittente potrete ascoltare altri interventi di poeti soci dell’Accademia Alfieri e non solo, durante la trasmissione del programma VETRINE D’AUTORE, condotto da Tiziana Curti
(fonte fotografica Societas Raffaello’s production of Julius Caesar directed by Romeo Castellucci. Photograph copyright Gavin Evans.)
È Valeria Parrella con il suo romanzo “Lo spazio bianco” (ed. Einaudi ), la vincitrice dell’undicesima edizione del Premio letterario “Città di Bari - Costiera del Levante - Pinuccio Tatarella”.La trentaquattrenne scrittrice napoletana ha ottenuto dalla giuria popolare 122 voti su 321 schede scrutinate . Secondo classificato Vittorio Giacopini con “Re in fuga” (ed. Mondadori), terzo e quarto posto rispettivamente a Luigi Guarnieri con “I sentieri del cielo” (ed. Rizzoli) e Giuseppe Lupo con “La carovana Zanardelli” (ed. Marsilio). La serata finale del premio si è svolta martedì 15 luglio al Parco 2 giugno condotta da Marino Sinibaldi e Anna Maria Minunno con la regia di Carlo Bruni. L’attrice Anna Bonaiuto ha intrattenuto il pubblico con la lettura di brani tratti dai libri in concorso, accompagnata dagli interventi musicali del gruppo vocale Faraualla.Il Premio Speciale della Giuria tecnica , presieduta da Walter Pedullà, “per il suo impegno nella diffusione della cultura del proprio Paese nel Mondo”, è andato ad un grande personaggio della letteratura mondiale. Tahar Ben Jelloun, celebre scrittore marocchino, diventato in questi anni uno degli intellettuali più attivi nel dialogo interculturale e nell’impegno contro ogni forma di razzismo. Il Premio alla Saggistica è stato invece assegnato alla giornalista Giuliana Sgrena con “Il prezzo del velo” (ed. Feltrinelli)Nel corso della kermesse letteraria è stato anche assegnato il Premio alla Lettura per la migliore recensione dei libri a cinque studenti: . Annalisa Cascione ( liceo artistico De Nittis), Ruben De Palma Colella (liceo scientifico Fermi) , Stefania Fasano (istituto tecnico commerciale Vivante) Arianna Griffa (liceo scientifico Salvemini) e Nicolò Macina (liceo classico Q. Orazio Flacco ). A ciascuno di loro è stato consegnato un assegno di studio del valore di 500 euro.VALERIA PARRELLA Nata a Torre del Greco (Na) nel 1974, vive a Napoli. Laureata in Lettere Classiche, interprete della Lingua Italiana Segni, lavora all’Ente Nazionale Sordomuti di Napoli. Collabora con la redazione napoletana de La Repubblica e con Marieclaire. Ha pubblicato la raccolta di racconti Mosca più balena nel 2003 per Minimumfax, e racconti sparsi in diverse antologie: Pensa alla salute - Ancora del mediterraneo, 2003; Bloody Europe - Playground, 2004; La qualità dell’aria - Minimumfax, 2004. Suoi scritti sono apparsi sulle riviste: Nuovi Argomenti, Origine, Accattone.
su Musicaos.it, due interventi di Elisabetta Liguori a proposito di Valeria Parrella:
Enrico Pietrangeli
su “Un’altra giovinezza”
di Mircea Eliade
Un fulmine, durante la notte di Pasqua, colpisce Dominic, ottantenne protagonista che, anziché perire o restare invalido dall’incidente, ringiovanisce prodigiosamente colto da ipermnesia. Sullo sfondo c’è persino un Papini eco nella cronaca, nella cecità supposta, ma anche una forte predilezione per Dante e Ungaretti nutrita dal miracolato oramai divenuto superdotato nelle sembianze di un bel giovinetto, con tanto di “baffi biondi” e “frange sulla fronte che lo faceva assomigliare a certi poeti”, forse un po’ anche a quel Sean Bran, poeta, esoterista e irredentista irlandese che, per il suo centenario, immola la quercia folgorandola ai posteri. Dualismo cosciente, immagini riflettenti fino ad un vero e proprio sdoppiamento della personalità con un sosia angelo custode e risvolti profetici sul destino dell’intera umanità costruiscono man mano il personaggio in una sorta di esoterismo delle lingue. Sogna per ideogrammi divenendo un febbrile sinologo, quasi un novello Pound alla ricerca di sé e dell’anima all’origine di tutti i linguaggi. Si rimbalza da una dimensione temporale all’altra, trasformando passato e futuro in coordinate mobili, dove tradizione e spazio si consolidano in una visione apocalittica ma rigeneratrice per una possibile umanità post-atomica e più dotata, quella post-storica.
Mircea Eliade, eminente intellettuale della storia delle religioni del Novecento, nell’ “escatologia dell’elettricità” romanza una “mutazione della specie umana, l’apparizione del superuomo”. Tematiche che nel libro riconducono ad un’ambientazione radicata nell’espansionismo nazista in Europa. Cresce l’interesse al caso di Dominic e, “tra gli intimi di Goebbels”, quello del dottor Rudolf, sperimentatore da “un milione di volt”. Sequenze di spionaggio e doppio gioco tra Siguranţâ e Gestapo disegnano una Romania già da anni nel pieno di vicissitudini tra conservatori e legionari, minacciata da tedeschi e sovietici come pure da bulgari e ungheresi. Un paese che, di lì a poco, con Antonescu verrà risucchiato nello scacchiere di Hitler per questioni strategiche piuttosto che ideologiche, tanto che, la stessa Guardia di Ferro, nel ‘41 sarà messa per sempre a tacere nell’ordine d’interessi reciproci.
Dominic si rifugia a Ginevra e, a partire dal ‘47, trascrive i suoi appunti in una “lingua artificiosa”, un sistema non decifrabile prima del 1980, destinato a tramandare molte civiltà che, prima dell’avvento dell’uomo post-storico, andranno completamente distrutte nel corso di guerre atomiche. Sempre in Svizzera, nel ‘55, un temporale sorprende due donne e la sola sopravvissuta, Veronica, viene colta da una sindrome di regressione che, non a caso, si ricongiunge al destino di Dominic, non solo a quello linguistico (Veronica è preda di transfert e, come Rupini, figlia di una delle prime famiglie convertite al buddismo, comunica con lui in sanscrito) ma anche a quello sentimentale, che riconduce ad un amore incompiuto della prima giovinezza, quello con Laura che lo ritrae a Tivoli. Dominic e Veronica si ritireranno a Malta, lontano da fari puntati e occhi indiscreti, dove le visioni di lei diverranno sofferte ed oniriche, fino a lambire civiltà primordiali, provocandole una “senescenza galoppante”. Finale estetizzante e ambivalente, sia sul piano reale che su quello surreale, per il lettore come per il protagonista che si ritrova al caffè Select fino ad invecchiare improvvisamente per essere rinvenuto come un anziano morto assiderato. Il doppio e la sfida del Faust di Goethe, ma anche palesi riferimenti a Dorian Gray, ci lasciano nel gusto di una cultura romantico-decadente filtrata dal Novecento e paradigma di una tragicità d’incomunicabilità isolazionista.
Mircea Eliade, Un’altra giovinezza Rizzoli - 2007 - 15,00 Euro
Marco Montanaro
LA NOTTE È UNA PAROLA BREVE
o
Margherita che salvò il mondo in primavera
Pensavo a un libro che avevo appena finito, ‘Una donna senza fortuna’, di Richard Brautigan. Volevo capire se era il caso di associare Margherita a una delle due donne che muoiono nel libro.
“Con quei capelli sembri Formigoni, quello della Lombardia”, mi disse Margherita. No, giunsi alla conclusione che Margherita non poteva essere una delle due donne senza fortuna del libro. Era troppo luminosa e aveva qualcosa a che fare con l’immortalità, ne sono certo. Non poteva morire, e con le due donne del libro condivideva solo una strana leggerezza.
E così eravamo al tavolo del nostro ristorante, io e lei, ad aspettare che Roberto tornasse dal bagno. E lei mi prendeva in giro per i miei capelli. E Roberto era il suo ragazzo. Adoravo quei due. Adoravo quella coppia. No, loro non erano una coppia. Loro erano l’amore. L’Amore. Non erano come tutti gli altri, loro sapevano condividere la loro felicità con chi gli stava intorno. Non ti sentivi un inutile peso morto a stare con loro. Con loro si era in tre, non in due più uno. Eri a tuo agio. Portavano in alto il vessillo dell’Amore con leggerezza e credo che mi bastasse guardarli per non aver voglia di avere una ragazza, così, giusto per non abbassare la media della felicità di coppia.
La felicità altrui è sempre un pericolo: viene sempre voglia di confonderla, disfarla, distruggerla con qualche parola di troppo; è una tentazione troppo forte che, manco a dirlo, non avevo in presenza di Margherita e Roberto.
E così eravamo in questo ristorante e io volevo parlare del libro che avevo letto e Margherita mi prendeva in giro per i miei capelli e Roberto diceva che io almeno li avevo, i capelli, e poi avevamo bevuto e, se qualcuno dei presenti avesse voluto stilare una classifica delle persone più luminose in quel locale, be’: al primo posto c’era Margherita. Poi io e Roberto. Poi tutto il resto.
Erano così gommosi quei due. Ci rimbalzavi addosso. Non ti facevano schiantare sui loro spigoli. Ah, che senso di relax che provavo quando li frequentavo. Roberto era l’agio in persona. Non mascherava i suoi sentimenti. Era geloso e non ne faceva segreto. Ma si faceva bastare i piccoli gesti con cui aveva conquistato Margherita. Cos’altro poteva esserci? Ah, quanto relax e gioia si provava in quei giorni. Come quella volta che mi invitarono in montagna con loro. Non ci andai perché dovevo lavorare. Avrei voluto. Peccato.
Eravamo in questo ristorante e Margherita sorrideva come se avesse potuto sorridere per tutta la vita solo per far piacere a me e a Roberto. Era naturale, come lo è solo qualcosa che puoi descrivere in questo modo: ‘Era naturale’, e senza aggiungere altro.
Partì una canzone un po’ blues un po’ gospel, musica di sottofondo per un locale così fintamente di classe, di quelli che frequentavamo per gioco, per farci beffe della gente fintamente di classe che ci andava. Credo fosse ‘It don’t worry me’, [‘Non mi preoccupa'], quella del film ‘Nashville’. Vidi Roberto e Margherita improvvisare un balletto seduti sulle sedie. Fecero un bel po’ di casino, fecero cadere qualche posata, la gente intorno si voltò, qualcuno rise, qualcuno ci giudicò male, e io amavo quei due, oh, se li amavo. Certo, forse era per via del vino. Il vino mi ha fatto amare cose molto strane, in vita mia, cose che in realtà non avrei mai amato: il jazz, i film pulp, l’epifania, i libri di filosofia e meditazione orientale e, se non ricordo male, anche una capra. Ma non era questo il caso: eravamo nel nostro musical, i miei occhi erano la macchina da presa e quei due i miei attori preferiti che avevo chiamato per girare il film che più avrei amato nella mia carriera di regista. Se solo gli altri attori nel locale si fossero uniti a quella danza!
Un giorno invece non stavo pensando a niente di tutto questo. Pensavo al fatto che non ero mai stato in grado di capirci qualcosa di automobili. Ero dal meccanico e quello non aveva nient’altro di meglio da fare che ironizzare sul fatto che avessi comprato un catorcio come quello che stava cercando di riparare. Avevo un bisogno infinito di quell’auto per lavorare. Era l’unico motivo per cui rimanevo lì ad ascoltare il meccanico che metteva in dubbio le mie capacità di cambiare persino una gomma alla mia auto, che rimaneva comunque un catorcio e che solo uno sprovveduto come me poteva aver acquistato.
Insomma, si fece sera e quel ciccione peloso mi comunicò che non sarebbe riuscito a ripararla in giornata. Avrei voluto ucciderlo. Vedere i brandelli della sua ciccia confondersi con la ferraglia del motore dell’auto. Avrei voluto insultarlo come lui aveva fatto con me prima, mentre gli spaccavo la testa contro il finestrino posteriore. “Lo vedi che nella vita ci vuole culo?”, lo avrei rimproverato.
Ovviamente mi toccò tornare a piedi verso casa. Niente pullman a quell’ora, e niente soldi per il biglietto, visto che i meccanici, se non li uccidi, devi pagarli anche se non hanno fatto il loro dovere.
Ero piuttosto lontano. Ero in quella zona della città in cui non avevo mai messo piede prima di allora. La cosa mi mise di buonumore, perché mi piace andarmene a zonzo a scoprire posti che non ho mai visto. Certo, meglio con la luce. Ma per scoprire quello che scoprii in seguito fu sufficiente la luce di un lampione.
Davanti a me avevo il nulla. Una strada deserta. Da dietro l’angolo provenivano delle risate femminili. Che donna sguaiata ci sarà dietro quell’angolo, pensai. Sembrava la voce di Margherita, ma ero abituato a ritrovarla spesso tra i miei pensieri. Certo, anche Roberto, anche Roberto.
Voltai l’angolo e quasi mi scontrai con una coppia. Una coppia, di cui evidentemente doveva far parte anche Margherita, visto che teneva per mano un uomo alto e piuttosto robusto. Ci guardammo per un attimo. La cosa era talmente strana che non ci salutammo nemmeno. In un solo istante, gli occhi di Margherita mi comunicarono: silenzio, complicità, imbarazzo piuttosto divertito, un pizzico, non di più, di angoscia. Poi tante risate trattenute, perché evidentemente non era il caso di far sapere niente all’uomo che Margherita teneva per mano.
La coppia mi superò e continuò per la sua strada, senza smettere di ridere. Diedi un ultimo sguardo a quei due, e ripresi a camminare. Se in quel momento mi fossi sdoppiato, l’altro me stesso mi avrebbe guardato con la stessa espressione divertita e meravigliata che avevo io, e all’unisono avremmo pronunciato l’unica, solenne, autentica cosa da dire a quel punto: “Ehi!”
Sono sempre stato abbastanza egoista da pensare solo a me in certi momenti. Quindi, durante il tragitto non feci molte congetture su Margherita, ero solo seccato perché dovevo fare molta strada e l’umidità prendeva le mie ossa e le accarezzava con dei machete. E avevo il cellulare scarico e non potevo chiamare nessuno per farmi venire a prendere. No, a quel punto non avevo più voglia di esplorare parti della città che non conoscevo né di pensare a Margherita.
Arrivai a casa bestemmiando e coi piedi a pezzi. Il telefono squillò presto.
“Ciao.”
“Margherita? Ma che ore sono?”
“Non lo so. Che pensi?”
“Oh, io non penso nulla.”
“Meglio. Non l’avresti mai detto, vero?”
“Be’, credo si tratti di una relazione parallela, una vera e propria relazione parallela, giusto?”
“Sì, col bollino di qualità!”
Oh, Margherita. Era sempre così leggera.
Ridemmo.
“Be’, non è mia abitudine fare la spia. Sai, credo che le persone certe cose debbano capirle da sole e…”
“Roberto è anche amico tuo. A lui non manca nulla, comunque, no? Lo vedi come stiamo bene insieme, no?”
“E’ innegabile.”
“Non glielo dirai, vero?”
“Se un giorno avesse dei dubbi su di te e mi chiedesse qualcosa… No, non glielo direi. Se un giorno avesse dei dubbi su di te e mi chiedesse qualcosa, torturandomi… questo non posso garantirtelo.”
Margherita rise ancora. Rideva! E io potevo immaginare le sue labbra piegarsi in due verso l’alto.
“Scemo. Alla fine non è che mi chiederai dei soldi in cambio del tuo silenzio?”
Sì, è ovvio che rise ancora. Che domande. Lei rise, certo. Il copione era quello. Io no, però, non risi. Silenzio.
“Be’? Posso… posso stare tranquilla? Non vuoi sapere chi è? Perché? Spero proprio di no!”
“Non mi interessa chi è lui, né perché e tutto il resto. E non voglio soldi. Solo… vorresti venire qui, adesso, Margherita?”
Ho già detto che sono sempre stato abbastanza egoista da pensare solo a me in certi momenti?
It don’t worry me. It don’t worry me.
You may say that I ain’t free,
But it don’t worry me.
Non avrei mai pensato che Margherita usasse quelle calze così colorate. Cioè, non pensavo fossero così lunghe. Non pensavo neanche che mi avrebbe chiesto di baciarle le ginocchia così tante volte. Ma questi sono particolari piuttosto insignificanti.
Il nostro incontro si concluse tra le mie lenzuola, per entrambi, sulle note di quella canzone di quel giorno al ristorante. Poi la playlist che avevo preparato terminò anche lei, come per lasciarci il silenzio adeguato per parlare. Di quei silenzi che finiscono per non aiutare la comunicazione tra uomo e donna.
“Non ti facevo così.”
Non ricordo bene chi pronunciò per primo questa frase. Era un sentimento che provavamo reciprocamente l’uno nei confronti dell’altro.
“Forse è inutile parlarne.”
Lo stesso vale per quest’altra.
“Potremmo parlare dell’inquinamento, allora”, questo ricordo bene che lo disse Margherita, con quella sua aria leggera e divertita.
“Be’, questo sì che è un problema serio!”, le risposi.
“A volte credo che l’uomo sia solo un incidente di percorso, su questa terra. Ne facciamo, di danni irreparabili.”
“Oh, ma vuoi mettere che noia senza di noi? Chi ha portato un po’ di fumo, veleno e… ehm… cose da fare, qui? Non certo i delfini, tesoro.”
“Tesoro…”
Piccole parole insignificanti nuocciono ben più di elevate percentuali di diossina nell’aria, alle volte.
“Tesoro…”, singhiozzava Margherita.
“Non volevo… mi spiace, sono un po’ scombussolato…”
“Tu… mi hai ricattata… e questo non toglie il male che stavo già commettendo…”
“Margherita, per favore… credevo… non parlare come la Bibbia, tanto per cominciare…”
Per fortuna riprese un po’ del suo Sacro Sorriso, grazie a quella mia battuta. Quel sorriso che mi allungava la vita nei ristoranti in cui la incontravo con… uhm, Roberto. Era così distante, lui, in quel momento. Chissà se sarebbe mai tornato.
“Sai Margherì, la sai una cosa? Forse è proprio inutile parlare, io e te.”
Rimanemmo così, nudi e abbracciati, fingendo di dormire, o forse dormimmo davvero, tutta la notte.
‘Notte’ è, in fin dei conti, una parola piuttosto breve. Cinque lettere. Invece finisce per racchiudere, spesso, un intero periodo della vita di una persona. E anche senza pensare a un periodo, una notte sola può essere più lunga di quello che le lettere che la compongono suggeriscono.
A me capitò comunque di sperimentare sia la lunghezza di quella notte, la prima notte con Margherita, e poi l’intero buio di un periodo piuttosto notturno. Non so se fu un periodo brutto, cattivo, peccaminoso, no, forse non lo fu per niente; ma le serate al ristorante con Roberto e Margherita non erano certamente la cosa più luminosa che mi capitava.
Roberto e Margherita erano luminosi allo stesso modo, forse. Forse ero io che non potevo confondermi con la loro felicità più di quanto ci fossi già invischiato; e comunque c’era anche quella quarta persona, che non credo Margherita aveva smesso di frequentare. Non so dove trovasse il tempo, quella ragazza. Di certo, aveva ancora il tempo di sorridere.
Con me piangeva. Ma credo fosse qualcosa di patologico, non si poteva eliminare, era come l’influenza a gennaio. Ciclicamente, ogni tre notti passate con me, lei scoppiava, piangeva. Forse solo perché poi amava farsi risollevare dal suo aguzzino, in fondo. Ero il più bastardo dei tre uomini che frequentava. In una speciale classifica, credo che Roberto… Oh, non è il caso di fare classifiche di questo genere.
Non so se Margherita mi percepiva come uno schifoso ricattatore. Credo che fossi una nuova abitudine per lei. Di quelle cose che si avvertono già come un’abitudine o come qualcosa che lo diverrà sicuramente a breve, pur essendo, al momento, fresca e nuova. Forse la storia del ricatto iniziale, che comunque non rinnovai (o forse sì? Non ricordo e, credo, non me ne preoccupai, non troppo), ecco, forse questo la eccitava. Forse aspettava il momento propizio per tirarla fuori davanti a Roberto e farci fuori entrambi e scappare con l’altro, di cui una volta mi disse il nome e il lavoro ma che adesso proprio non riesco a ricordare.
Di sicuro ricordo il profumo della pelle di Margherita. E del suo sorriso. Quel dannato sorriso aveva un profumo, posso giurarlo.
Dunque quando eravamo con Roberto non era luminoso, forse, ma in fondo scorreva tutto liscio, come il vino che buttavamo giù nei ristoranti. Era come se tutti e tre percepissimo qualcosa di diverso e di oscuro nell’aria, e bevessimo per non pensarci; per prendere solo il meglio di noi tre. Ma eravamo due più uno, adesso, o forse lo eravamo sempre stati. Solo che adesso quell’uno era Roberto. Oppure, era tutto come prima, tutto luminoso e splendente ed ero io che volevo pensarla in maniera diversa. Sì, forse Margherita era una fatina preziosa ed era riuscita a tenere tutto insieme nonostante tutto, e io non avevo che da prendere quel tutto magico e schifoso insieme.
Non c’erano battute fuori posto, quando eravamo noi tre.
Però ogni bacio che lei dava a Roberto era un avvertimento. Ogni abbraccio lo era. Era per dire: guarda cosa stai tentando di distruggere. Ma finivo per non crederci troppo: lei avrebbe distrutto tutto comunque, da sola.
E con me era serena, che diamine. Me la ricordo.
Poi col tempo cominciai a sentirmi un po’ fuori posto, devo ammetterlo. Pur essendo quello più informato sui fatti, dei tre uomini. Avevo avuto sempre un bel dire che l’informazione è tutto. Che più si conoscono i fatti, e più si è liberi di scegliere la propria strada. Ero libero di smettere di fare quello che facevo come un criceto è libero di nascere e poi di correre sulla sua ruota.
Forse avrei preferito essere Roberto. O quell’altro uomo, con cui la incrociai solo un’altra volta, e pure in quella circostanza Margherita mi era sembrata leggera.
Forse ero tutti e tre gli uomini contemporaneamente.
In compenso per un periodo fui certo che Margherita aveva paura di me, di lasciarmi. Magari pensava che avrei potuto rovinarla davvero, raccontare tutto. Me la immaginavo, di notte, che si alzava dal mio letto e tornava con un coltello da cucina ancora sporco di pomodoro per tagliarmi la gola.
Poi venne il periodo in cui cominciai a dare ascolto al mio cane. Il mio cane non poteva sopportare Margherita. Certo, era sempre stato geloso di tutte le mie ragazze. Ma con le altre abbaiava, la notte si metteva nel letto tra me e le ragazze, il che finiva immancabilmente per far innamorare ancora di più di me le ragazze in questione. Con Margherita, invece, era distaccato, assumeva una strana espressione ogni volta che lei veniva a casa. Come se volesse dire: “Che cazzo stai facendo?”
Insomma, cominciai a dare ascolto al mio cane. Volevo tirarmi fuori da quella situazione. Ma non sapevo assolutamente come fare. Non potevo vivere senza Margherita, nella misura in cui un uomo non può vivere senza una donna. Quindi avrei potuto farlo. Non volevo. Non volevo essere io l’unico a rinunciare a lei, forse.
Be’, volevo sbarazzarmene, comunque. A un certo punto ero io a svegliarmi nel cuore della notte per prendere il coltello e tagliare la gola a Margherita. Ma stavolta il coltello era pulito e luccicava nel buio del corridoio.
Eravamo gommosi, io e Margherita. Ci detestavamo per poi tornare ad abbracciarci, rimbalzando uno sull’altra.
Vi starete chiedendo quanto deve esser durata tutta questa storia. Non molto, per la verità. Quanto dura una notte, sapreste dirlo?
Per la verità, il mio umore incostante andò via con l’inverno. Le cose cominciarono ad andare meglio, con Margherita, con l’arrivo delle belle giornate. Oh, il suo sorriso, in primavera, acquistava qualità che mai avrei potuto apprezzare in quegli squallidi ristoranti che frequentavamo col suo ragazzo. Per completezza d’informazione, devo dire che non uscivamo più in tre. Avevo troppo da lavorare per perdere tempo con loro due, la sera.
Anche l’umore di Margherita migliorò. Ormai non c’era più ombra di ricatto, e nemmeno di lacrime. Tranne una volta. Si mise a piangere perché l’aveva lasciata. Certo, ci misi un bel po’ per capire chi dei tre l’aveva lasciata. Mi accertai con me stesso di non essere stato io, poi mi disse che era stato l’altro, e non Roberto.
La consolai, ma non volle fare l’amore con me quella notte. Poi l’altro la chiamò e le disse che aveva cambiato idea, così recuperammo l’amore al mattino; ridemmo nello sperimentare il fatto che la stessa scusa che Margherita aveva usato con Roberto per rimanere da me fino al pomeriggio andava bene anche per l’altro.
Sì, Margherita era in forma. Lo era il suo sorriso. Con le belle giornate smise pure di portare quelle calze così lunghe. Non ne usava. Altre volte si divertiva a non usare nemmeno gli slip. Mi assicurava sempre che era un giochetto che usava solo con me. Oh, era così amorevole nei miei confronti, Margherita, in primavera!
Io le regalavo sempre dei fiori bianchi. Bianchi, come il suo sorriso e, forse, per controbilanciare il buio della notte che avevamo attraversato piuttosto indenni. Piuttosto insieme.
Margherita era finalmente Margherita, sebbene non solo mia. Il mio cane continuava a non approvare, ma sono sicuro che la mia donna avrebbe avuto parole di riguardo anche per lui. Margherita avrebbe potuto salvare il mondo, in primavera.
Forse fu per questa strana situazione meteosentimentale che mi suonò strano quando Roberto mi telefonò nel cuore della notte. Mi disse che Margherita era sparita. Erano tre giorni che non la vedeva e che non riusciva a raggiungerla telefonicamente. A casa non c’era.
Be’, per me tre giorni senza di lei non equivalevano a una misteriosa sparizione. Ma io avevo altri standard. Chissà l’altro uomo che standard aveva. Forse lui poteva aiutarci.
La telefonata di Roberto ebbe una strana conclusione.
“Oh, sono disperato… forse dovrei chiamare la polizia…”
“Magari è solo stressata. Col lavoro che fa…”
“Ma se ha lasciato da un mese! Era così serena…”
“Ha lasciato? Ehm, non lo sapevo. Poi, magari non era così… ehm… serena come sembrava…”
“Sono disperato, cazzo! Ho bisogno di parlare con qualcuno! Ti… ti va di venire qua?”
Merda, dissi senza fiato, e accettai.
In casa di Roberto notai il puzzle di un dipinto di Bruegel il Vecchio, lo stesso che Margherita aveva regalato a me per il mio compleanno. Credo si chiamasse il ‘Trionfo della Morte’. Sbuffai, mentre ammiravo tutti quegli scheletri armati di falci uccidere dei poveri cristi disperati.
Roberto mi fece sedere, era ubriaco. Non parlava. Io nemmeno. Avevo voglia di mettergli una mano sulla spalla e poi di tagliarmela, o almeno di andare a lavarmela immediatamente. Avevo anche una leggera voglia di scomparire.
Insomma, intorno a noi c’era quel maledetto silenzio fatto apposta per non comunicare. Devo avervene già parlato.
A un certo punto Roberto alzò la testa. Eravamo proprio uno di fronte all’altro. Avremmo potuto sputarci addosso, da quella posizione. E vedere chi aveva più saliva.
“Mi ha mandato un messaggio, mentre venivi qua.”
“Ah, e… cosa dice?”
“Non tornerà. E’ partita. Non vuole dirmi dov’è andata. Mi chiede scusa. Dice che è meglio così, che non tornerà in città. Non tornerà.”
Mi prese un attimo di follia pura, dentro, proprio al centro del mio corpo. Un attimo. Avrei potuto urlare, piangere, picchiare la testa contro uno spigolo, se solo fossi stato capace di fare tutto questo in un solo attimo.
“Non tornerà, eh?”, dissi.
Ritornammo in silenzio. Mancava solo una persona. Mancava quell’altro. Non lo conoscevo, non avrei saputo consolare nemmeno lui e lui non avrebbe saputo consolare me. Ma ero sicuro che anche lui era rimasto fregato da tutta quella storia. Che anche lui era da solo su una poltrona a ripetere fra sé e sé: “Non tornerà, eh?”
Sì, rimanemmo in silenzio mentre fuori era buio. In qualche modo dovevo compensare l’assenza di dialoghi, l’assenza di sorrisi, persino di dubbi… di… di… Oh, così mi misi a fischiettare quella canzone del ristorante. Non ballava nessuno, certo, adesso. Non c’era nessun musical da girare, ma mi veniva da sorridere mentre sussurravo il ritornello: “You may say that I ain’t free, but it don’t worry me”.
Non mi preoccupa, no, no, no.
Buona fortuna, Margherita, sussurrai ancora. Ero l’unico che poteva augurargliela, e chissà se ne aveva avuta, o se ne avrebbe avuta ancora.
Alessandro Baricco
sabato 19 LUGLIO ore 21
Teatro Romano Lecce
Scrittore tra i più conosciuti e amati dai lettori di narrativa in Italia, Alessandro Baricco è nato a Torino il 25 gennaio 1958.
Dopo la laurea in filosofia e il diploma in pianoforte al Conservatorio, lavora qualche anno come copy writer in agenzie di pubbli